Ricordo di Anna Frank di Angelo Gaccione

27 gennaio, 2021  |  PRIMO PIANO

Da Dachau a Praga alla soffitta di Anna
L’atrocità di metterci una pietra sopra
Il retrocasa
C’era una volta una ragazzina che voleva
fare la scrittrice… il suo nome era Anne
Frank. Morì a soli 15 anni nel campo di
concentramento tedesco di Bergen-Belsen, colpevole solo di essere d’origini
ebree. Era il marzo del 1945. Come sanno
tutti i veri scrittori e come scriveva Rainer
Maria Rilke in Lettere ad un giovane poeta, per chi ama scrivere farlo è un bisogno
ineluttabile. Non importata dove ci si trova, o cosa sta succedendo intorno a noi.
Anne era una scrittrice e scrisse… un diario. In quelle pagine racconta, con la leggerezza di una bambina e la spietata consapevolezza del reale dei più piccoli, gli oltre
due anni passati a nascondersi “nel
retrocasa”, nascondiglio dove si
celava ai nazisti. Le dinamiche
della vita famigliare, la paura, i
primi amori, la rabbia di una
bambina costretta a non uscire
di casa, il tentativo di razionalizzare l’irrazionale, ma anche i
sogni, le aspirazioni, il desiderio
di crescere, il futuro, immaginato e
mai vissuto, sono alcuni degli elementi
di quello che rappresenta un racconto di
realtà, lo spaccato di una vita sospesa e mai
restituita. Il Diario di Anna Frank è un documento d’importanza eccezionale perché
racconta la follia del nazismo e le persecuzioni subite popolo ebraico descritte da un’anima bimba.
Un’opera di tale portata deve,
non dovrebbe, essere letta e conosciuta da tutti i coetanei di
Anne Frank. Può il fumetto,
rendere più vicine al linguaggio
quotidiano, fatto di immagini
giustapposte e di story telling duttili come il mercurio, storie che sono
Storia? Si, può. Lo dimostra Il Diario di
Anne Frank – Il retrocasa: annotazioni al
diario dal 12 giugno 1942 al 1 agosto
1944, opera scritta da Ozanam, disegnata
da Nadji e pubblicata da Edizioni Star Comics. Gli autori, in questo libro che regala
volti a parole, colori alle atmosfere e tangibilità a sensazioni, compiono un grande
lavoro, permettendo ad Anne Frank di
emozionarci, ancora una volta, in un modo
diverso. Per non dimenticare, mai, quella
giovane scrittrice in erba che non poté dare un lieto fine alla sua storia e che lasciò il
suo diario a testimonianza di un tempo in
cui sognare e immaginarsi era proibito.
Leggetelo, oggi, perché quel tempo non
sia mai più.
di ANGELO GACCIONE
E
siste “la malattia dei ricordi”, ed
esiste l’ostinazione della memoria. Ed è questa memoria ostinata che continua a portarmi là dove
una memoria ne deve custodire un’al -
tra. Ero giovane, allora, ma avevo capito presto che occorre ostinarsi a non
perdere di vista l’orrore della storia. E
che dismisura dell’orrore era stato
quello; che abisso di orrore aveva potuto toccare l’empietà umana, e lungo
quale spaventosa deriva aveva potuto
deragliare…
Quando giunsi a Dachau era una gelida giornata di marzo ed entrando in
quello che era stato un vero e proprio
mattatoio di carne umana, un gelo più
intenso si impossessò di me. Non era la
vastità del campo di concentramento
che mi colpì, non era la scritta sul cancello, non era nemmeno il silenzio greve
di una giornata livida. Era qualcosa che
i miei occhi e il mio sentire non volevano
accettare. Non lo poteva accettare la
mia giovinezza,
la furia di
un’età che non
ammette compromessi. Ciò
che mi fece male
fu il vedere tutto così lindo, così ordinato, così
asettico e senza
alcuna sbavatura: camerate,
letti, forni. Persino le foto gigantesche delle
fosse con i miseri corpi nudi
ammassati su cui camminano soldati,
mentre altri con le armi in pugno vigilano dai bordi, mi delusero. Dov’era il
sangue, dov’era il dolore, dov’erano i lamenti, l’abbaiare dei cani, il fumo che
usciva dai camini, gli ordini gridati dei
Kapò? Io ero venuto per questo e non
potevo accontentarmi di null’altro. Non
potevo accontentarmi di un museo ben
tenuto; la mia giovinezza si ribellava.
Quel marzo si impregnò di questi versi:
“L’errore è stato di averci messo una
pietra sopra. / Bisognava dissotterrare,
invece, / sventrare le fosse in ogni dove /
tirare fuori i corpi, disseppellire. / Allineare i cadaveri nelle vie, / mostrare i
poveri resti, / far sentire il fetore. / È stato fin troppo comodo così. / Lavarsi in
questo modo la coscienza. / Come se una
cosa come questa / ci fosse mai stata nella Storia. / Io quei morti non li vidi, la
terra li aveva ricoperti. / Io vidi solo le
fosse mute, le camerate troppo linde, / i
forni tirati a lucido e foto che non sono
sangue. /”
Ero giovane, allora, e avevo torto. Ma
forse la vita aveva più torto di me.
Per anni ho avuto nella mente la casa
di Anna Frank. Quando si è giovani ci
si immagina la casa come un nido.
Niente è più accogliente e nulla ci appare più sicuro. Una casa fatta di voci allegre e spensierate, rassicuranti, presenze dolci e familiari alle nostre orecchie e
ai nostri cuori. Eppure io sapevo che in
quella soffitta di Amsterdam sulla
Prinsengracht, quella ragazzina ebrea
doveva trattenere il fiato. Dovevano
trattenerlo i suoi genitori, gli altri ebrei
che erano con lei e che si erano dovuti
barricare, murare vivi. Non erano permessi rumori amici in quell’angusto
spazio, e quelli che provenivano da sotto serravano la gola, prendevano allo
stomaco, gelavano il sangue. Ma allora
perché nei sogni mi appariva come una
lieta casetta di marzapane, sospesa tra
le nuvole? Bisogno di rimozione come
sostiene la psicanalisi? Inaccettabilità
di un destino fatale che l’essenza umana ancestrale sedimentata in noi non
può sopportare? Semplice via di fuga
per tenere integro un equilibrio che altrimenti si sfalderebbe annientandoci?
Come sono ingannevoli i sogni! Ma più
ingannevole si rivelò per me quando vi
giunsi, attraversando il canale; salire e
accorgermi che lassù le assi non stridevano, le pareti non grondavano lacrime, e le scolaresche erano allegre. Allegre come i battelli vestiti a festa, come la
musica a Leidseplein, come la vita che
ferveva indifferente in Piazza Dam,
mentre la vita andava, come sempre andava.
Dei bambini di Terezín non sapevo
nulla a quel tempo. Se li incontrai a Pra -
ga fu per puro caso, o forse perché il
buon Joseph Badoucková aveva intuito
quanto, come la sua giovane figlia Jitka, amavo la poesia. Joseph sapeva molte più cose di me, della mia anima, anche se le nostre lingue facevano fatica a
comunicare. In verità a Praga ero venuto per Kafka, perché volevo andare sulla sua tomba, e per vedere quell’ammas -
so fitto di pietre, di tombe, di scritte che
affollano il vecchio cimitero ebraico,
nella parte più antica della città. Al Nový idovský hrbitov ci andai e potei rendere omaggio a Franz e al suo caro amico Max Brod; è a lui che dobbiamo essere grati se alcune delle opere dello scrittore boemo non sono finite fra le fiamme. Ho messo sulle loro tombe una pietra, come si fa nella tradizione ebraica.
La kippah che avevo dovuto indossare
per entrare, me la portai via. È l’unico
peccato veniale che ho commesso nella
mia vita. Una foto della tomba invece la
comprai, e da allora sta su un ripiano di
quella che i miei amici hanno battezzato
“la Carboneria”.
Erano disegnini, lettere, racconti,
poesie, canti musicali, quelli che Joseph mi portò a vedere, esposti in una ricca mostra. Lo avevano prodotto i bambini di Terezín tutto quel materiale, sotto
la guida di prigionieri ebrei come loro e
che li avevano seguiti come maestri e
come pedagogisti nell’atmosfera cupa e
funerea del lager di Theresienstadt. Un
luogo di dolore aveva potuto produrre
tanta fantasiosa
creatività, voglia di vivere, semi di bellezza. Li
si era illusi che
presto avrebbero potuto consegnare ai loro genitori, ai loro
nonni, ai loro
amici, quelle parole delicate,
quei colori, quei
suoni, nati dai
momenti della
loro spensieratezza. Erano
quasi quindicimila gli ebrei reclusi in
quel campo tra il 1941 e il 1945. Tantissimi anche gli adolescenti e i bambini.
Quelle creazioni innocenti avevano permesso a queste creature di sopportare
freddo e fame, malattie e privazioni. Li
ingannarono: furono smistati nei famigerati campi della morte di Treblinka e
di Auschwitz Birkenau da cui non fecero più ritorno. C’era ancora il regime
comunista in Cecoslovacchia quando vi
arrivai io. Mi dissi: “Anche questo regime ci ha ingannati”.
Bisogna ricordare, per non farsi ingannare. Occorre che la memoria resti
ostinata, vigile, e non dimentichi. Nel
campo di sterminio di Dachau è stata riprodotta una frase di Jorge Agustín Nicolás Ruiz de Santayana y Borrás, il filosofo, scrittore, poeta e saggista spagnolo, rappresentante di quella corrente letteraria definita “realismo critico”.
Quella frase me l’ero annotata e recita
così: “Chi non sa ricordare il passato,
viene condannato a riviverlo”.
Ci sia di mònito.
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Dov’era il sangue
dov’era il dolore
dov’erano
i lamenti,
l’abbaiare dei cani,
il fumo che usciva
dai camini
gli ordini gridati
dei Kapò?
Bisogna
ricordare,
per non farsi
ingannare.
Occorre che
la memoria
resti ostinata
vigile e
non dimentichi
Storie
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