Guido Salvini – Totò Riina, la mafia e la famiglia

15 giugno, 2017  |  PRIMO PIANO

Non condivido  le invocazioni di chi, per un malinteso spirito umanitario, vorrebbe che Totò Riina tornasse a casa per motivi di salute.

La Corte di Cassazione, nel richiamare il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ad una migliore motivazione del suo provvedimento negativo, ha scritto che anche Riina ha diritto ad una “morte dignitosa”.

Se per morte dignitosa si intendono strutture sanitarie attrezzate anche, se necessario, per cure palliative e  ricoveri in  un Ospedale esterno, ed è proprio questo che da anni lo Stato gli garantisce, quando le strutture sanitarie del carcere non siano sufficienti, non vi è nulla da obiettare. Si può solo augurarsi che anche detenuti meno noti e meno pericolosi possano avere lo stesso trattamento.

Ma “morte dignitosa” non è solo un concetto sanitario è anche qualcosa di più profondo. Totò Riina, con i suoi 16 ergastoli, ha sulla coscienza tante vittime da riempire un camposanto, molte di loro scomparse nel nulla senza che nemmeno se ne ritrovasse il cadavere ed è,  non scordiamolo, l’uomo al centro  di un mondo che ha tenuto un  bambino a lungo in prigionia e lo ha poi strangolato e sciolto nell’acido: un’intera vita dedicata al male senza nemmeno un segno di voler riparare o anche solo riflettere su quanto compiuto.

La scomparsa di Riina, quando sarà, dovrà essere senza sofferenze fisiche evitabili, nessuno si augura il contrario, ma non potrà essere mai  una “morte dignitosa”. Sarà sempre una fine nella vergogna.

C’è chi vorrebbe che Riina tornasse a casa. Questo sarebbe un grave cedimento da parte dello Stato e la ragione  è difficile da scrivere per quella che è  anche negli stessi  provvedimenti giudiziari che usano formule più oblique. Ma proviamo a dirla.

Riina dovrebbe tornare in famiglia, nella sua Corleone. Ma la famiglia e il territorio che vi è attorno sono l’essenza stessa della mafia – “famiglie” si chiamano le cosche mafiose – il cuore pulsante del potere che egli ha sempre esercitato.  Riina tornando, anche per breve tempo, nel luogo del suo feroce dominio sarebbe meta di pellegrinaggi e  di manifestazioni di rispetto e di ossequio ad un capo che ha dimostrato sempre di essere tale. Riceverebbe l’omaggio deferente di chi  sta continuando la sua  strada. E questa sarebbe la vittoria simbolica di un capomafia che non si è mai piegato.

I grandi boss della mafia statunitense sono morti in carcere. Sono morti in carcere Luciano Liggio, Michele Greco  e Bernardo Provenzano. È allora, questa  è la verità, anche a Totò Riina non deve essere permesso di tornare nel suo regno.

 

Guido Salvini

magistrato








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