Il 25 aprile – discorso di Carlo Smuraglia presidente nazionale ANPI in Piazza del Duomo

9 maggio, 2016  |  PRIMO PIANO

Il 25 aprile è sempre la festa della Liberazione, la festa più cara, che ci riconduce alle pagine gloriose della Resistenza, alla sconfitta del fascismo, alla vittoria sui tedeschi. Una festa che non dimenticheremo mai e che abbiamo sempre preservato da ogni assalto esterno. Ma, in certo modo, è anche ogni anno una festa diversa, perché non abbiamo mai voluto ridurla ad una commemorazione formale. Conserva sempre il suo significato, che è anche quello di aver aperto la strada alla democrazia, alla Costituzione, ai nuovi valori che erano cresciuti e si erano alimentati nell’antifascismo e nella Resistenza. Ogni anno lo arricchiamo di significati, in relazione alle vicende nazionali e internazionali ed alla rilevanza che assumono determinati fenomeni  ed eventi, da cui non possiamo restare estranei. Lo scorso anno era il 70° della Liberazione ed era, in qualche modo, anno di bilanci su quanto rimasto dello “spirito” della Liberazione e di quanto siamo riusciti a conservare la memoria e a renderla sempre più attiva, anche per favorirne  la conoscenza a coloro che non hanno vissuto quella esperienza e particolarmente ai giovani. Quest’anno siamo a 70 anni dal 1946, un anno fondamentale, immediatamente successivo alla Liberazione, che di essa fu figlio e successore. A pensarci, è un miracolo che appena un anno dopo la Liberazione, si potessero in un solo anno, condensare tre eventi decisivi per la futura vita del Paese.

Il referendum che vide vittoriosa la scelta della Repubblica; una scelta non casuale se riflettiamo sul fatto che le cosiddette “aree libere”, che durante i 20 mesi, si formarono, quando fascisti e tedeschi erano costretti, sia pure temporaneamente ad abbandonare il campo, riuscirono a dotarsi di una prima organizzazione ed a compiere le prime esperienze concrete di democrazia, presero il nome di repubbliche partigiane.

Il voto alle donne, antica rivendicazione che risaliva alla fine del secolo precedente e all’inizio del 900 e che – a lungo negato – fu finalmente riconosciuto, rendendo il suffragio – per la prima volta – universale. Anche in questo caso, il rapporto con la Resistenza era ed è diretto, perché la Resistenza fu la prima grande occasione per l’ingresso nella politica delle donne, fino ad allora relegate al ruolo casalingo e private di un diritto fondamentale. Ma della Resistenza le donne furono protagoniste, con le armi e senza, come partigiane combattenti  e come staffette e “ausiliarie” spesso fondamentali per l’aiuto a partigiani feriti, perseguitati e perfino agli sbandati, non a caso, quella del voto fu una delle prime rivendicazioni delle donne dei Gruppi di Difesa della Donna e dei movimenti che anche sul terreno politico, cominciarono ad organizzarsi fin dai mesi più avanzati del 1944.

Ed infine l’anno dell’Assemblea Costituente, a cui fu attribuito il compito di redigere il testo di una Costituzione che avesse il pregio del rinnovamento totale rispetto agli Statuti ed alle Costituzioni dell’800, contenesse non solo affermazioni di principio, ma anche imperativi categorici diretti ai governanti e disposizioni per attribuire efficacia effettiva ai diritti proclamati; e soprattutto il compito di dare vita ad un documento destinato a durare a lungo, perché fondato sulla concordanza di idee e princìpi diversi, proprio sugli aspetti fondamentali della convivenza civile e della democrazia.

Celebriamo, dunque, oggi, anche un anniversario di grande rilievo perché coglie il momento in cui si delinearono i primi frutti del sacrificio e dell’impegno di tante e di tanti. Si rende evidente che era limitativo pensare che i combattenti per la libertà, solo alla liberazione pensassero e non volessero invece gettare anche le fondamenta di uno Stato diverso.

Quei primi passi della democrazia rappresentano proprio l’avverarsi di un sogno, apparentemente perfino di un’illusione, se si pensa che, tutto sommato, il “vento del nord” durò poco e che, se è vero che da quella prima scelta nacque la Costituzione, è anche vero che – lasciati al loro posto troppi personaggi che nel fascismo avevano vissuto e del fascismo si erano alimentati – cominciò ben presto lo sforzo della rivincita, il tentativo di vanificare la scelta repubblicana, di togliere valore alla Costituzione (non attuandola), di arrestare il processo di emancipazione della donna.

Saremmo davvero ingenui e poco sensibili agli insegnamenti della storia se ignorassimo che ogni grande riforma ha prodotto, storicamente, una controriforma. Ciò che c’è di eccezionale nel nostro caso, è che la controriforma cominciò quasi subito, col tentativo di vanificare il contenuto della Costituzione riducendolo a meri principi astratti, con i ritardi nella creazione degli istituti fondamentali anche di garanzia, previsti dalla Carta Costituzionale, con la messa in discussione, in termini del peggior revisionismo, del grande afflato politico ed etico che contraddistinse la Resistenza. La verità è che non furono fatti, in gran parte non lo si è fatto nemmeno ora, i conti col fascismo; questo Stato, che doveva uniformarsi alle perentorie indicazioni della Costituzione, non è mai riuscito a diventare veramente uno Stato antifascista. Tuttavia, tutto questo non ci impedisce di ricordare quegli eventi e di richiamare l’attenzione di tutti sul fatto che un Paese che non si vantasse delle pagine migliori della sua storia e che non le facesse conoscere soprattutto ai giovani, sarebbe davvero condannato al declino.

E’ per questo che siamo qui, ancora una volta, a ricordare la Liberazione, nei suoi connotati di straordinarietà per il solo fatto dell’audacia di esserci contrapposti all’esercito più forte del mondo e soprattutto nel suo più profondo significato politico, che era quello di non rappresentare solo la conclusione di una sciagurata fase storica, ma era piuttosto quello di aprire la strada ad un futuro di democrazia, in cui libertà ed eguaglianza marciassero di pari passo, in cui i diritti della persona,  così come la dignità, fossero considerati alla stregua di beni intangibili ed inalienabili, il lavoro fosse il fondamento non solo economico, ma sociale e morale della Repubblica, la pace come il bene sommo da tutelare ad ogni costo. Siamo qui per questo, dunque, per ricordare che questa è e deve essere la festa di tutti, e dunque anche di coloro che vivono in Italia da tempo  e dovrebbero diventare cittadini, senza steccati culturali o religiosi.

Ma siamo qui anche per richiamare tutti alla necessità di superare un mondo fatto di ingiustizie, in cui alcuni poteri forti cercano di dominare il mondo, riuscendo solo a provocare disuguaglianza, miseria, fame, privazione di diritti, violenza e barbarie.

Siamo qui per non dimenticare il passato, ma al tempo stesso per guardare verso il futuro, sapendo che esso dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà di partecipazione, di democrazia, di antifascismo. Siamo qui per restituire ai giovani la certezza di una vita dignitosa e la speranza di un futuro migliore. Siamo qui, in un giorno di festa, ma ricordando che il Mediterraneo è pieno di cadaveri, che in tutto il mondo infuriano guerre, che assassinii e barbarie minacciano la nostra vita e la nostra libertà.

Questo è il significato da attribuire alla Liberazione: col 25 aprile abbiamo aperto una strada importante, ma non ci siamo liberati da tutti i mali e da tutti i pericoli. E’ per questo che dobbiamo restare vigili ed uniti, impegnandoci per il bene comune, mettendo al bando egoismi, prepotenza e violenze per realizzare, alla fine, il sogno di quegli anni, della Resistenza, della Liberazione, dei primi passi della democrazia.

Abbiamo molti ostacoli e molti nemici; ma come allora, resisteremo e faremo di più. Ci batteremo insieme e uniti fino a quando non avremo ottenuto che spunti finalmente l’alba di un mondo più giusto, più libero, più uguale, quello sognato dai caduti per la nostra libertà.

 

Ci si potrebbe chiedere se c’è davvero qualche motivo per far festa. In effetti, non ci sono molti motivi.

La crisi è tutt’altro che risolta La disoccupazione è a livelli troppo alti Migliaia di famiglie rischiano di cadere nella povertà C’è una crisi ancora più grave sul piano della legalità Continuano ad imperversare le mafie C’è la corruzione diffusa, a tutti i livelli

C’è una crisi evidente di valori

C’è la sfiducia nelle istituzioni

C’è uno sforzo per modificare la Costituzione anziché darle finalmente attuazione

C’è una crisi di rappresentanza e dunque di democrazia

C’è la crisi dei partiti

C’è, soprattutto, il problema dei giovani, verso i quali abbiamo un debito enorme, ai quali non diamo certezze né per il presente né per il futuro

C’è un insistere dei movimenti neofascisti, insopportabile, (liste elettorali, vendita di oggetti, esposizione di simboli, manifestazioni)

Tutto questo rende evidente che c’è bisogno di una svolta, di un vero cambiamento di rotta.

Anche perché tutto questo è pericoloso (v. Weimar, il fascismo e il nazismo).

Ma noi diamo alla festa oltre al carattere: di ricordo e di celebrazione, anche quello di impegno per realizzare i sogni spezzati di tanti che morirono, per la libertà di tutti.

Noi siamo del parere che ci voglia una nuova Liberazione dai tanti problemi e mali che ci affliggono, proprio per dare un senso e un valore a quello che ricordiamo.

 

Quest’anno dobbiamo aggiungere la parola “partecipazione”,

fondamento essenziale della democrazia. La Resistenza fu “scelta” e “partecipazione” di tanti ( un popolo); oggi, per i vari referendum e per il voto amministrativo ci vuole partecipazione e cittadinanza attiva.

Cosa significa “sovranità popolare” se il popolo non la esercita?

 








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