6 AGOSTO 1985 – ROBERTO ANTIOCHIA E NINNI CASSARA’

5 agosto, 2015  |  PRIMO PIANO

 

Roberto, un ragazzo allegro, affettuoso, vivace, che non voleva diventare un eroe

di Jole Garuti

Roberto Antiochia era un giovane allegro e irrequieto. Da ragazzo passava ore e ore a leggere libri gialli, a immaginare di catturare ladri o banditi. La ragazza di un suo compagno di scuola era morta di overdose e lui pensava che impegnarsi contro gli spacciatori fosse un dovere morale.

A 17 anni aveva chiesto il permesso di arruolarsi in polizia e lasciare la scuola, ma sua madre Saveria si era rifiutata di firmare la richiesta.  Chi usa i pennelli non può usare le armi  era il suo motto.

Lui non aveva protestato, consapevole che l’anno dopo avrebbe ricevuto la cartolina rosa. C’era solo da aspettare un anno.  Non era tipo da scenate, Roberto, non amava i litigi. A scuola tutti gli volevano bene. Non studiava molto ma non pretendeva voti immeritati. Le cose che gli interessavano di più erano la simpatia e l’amicizia dei compagni. Al liceo classico Giulio Cesare, uno dei più in di Roma, non lo avevano mai visto con un cappotto o un giubbotto normale. Arrivava, alto e magro com’era, con un maglione peruviano lungo fin quasi al ginocchio e in testa a coprire i capelli rossi un berretto a punta che si vedeva lontano un chilometro. A lui piaceva così. Lasciò infine gli studi classici per il liceo artistico, avvicinandosi all’ambiente di famiglia. Mamma dipingeva e insegnava arredamento all’Accademia, Alessandro, il maggiore dei fratelli, scriveva poesie e incideva su rame. Nella nuova scuola trovò materie più affascinanti e una didattica più viva. Certi giorni arrivava a scuola in tuta, con la sacca sportiva al posto dei libri, perché doveva correre agli allenamenti di canottaggio. All’artistico trovò anche l’amore della sua vita, Cristina.

 

In casa era stato educato al rispetto dei diritti e dei doveri, alla solidarietà. La casa di mamma Saveria, dopo la morte del papà, era sempre aperta per i compagni di scuola dei figli, per gli amici boyscout, e tutti ci andavano volentieri perché potevano studiare ma anche suonare musica e chiacchierare in piena libertà. Gli amici erano più importanti dei pavimenti lucidi.

Entrare in polizia voleva dire per lui combattere i malviventi e i criminali ma anche sfrecciare su moto veloci, fare moltissimo sport, allenarsi a sparare: una vita movimentata che corrispondeva pienamente alle sue esigenze, ai suoi bisogni, ai suoi ideali. Voleva impegnarsi contro i prepotenti, gli arroganti, coloro che spacciano droga e seminano morte, coloro che uccidono persone innocenti. In una parola, in difesa dei deboli.

Non voleva certo diventare un eroe.  A Cristina impaurita ripeteva scherzando: non hanno ancora inventato i proiettili per sparare ai ‘rosci’ (rossi)

Ai corsi di addestramento dimostrò grande bravura nella mira, tanto che gli chiesero di diventare istruttore di tiro. Ma un lavoro di routine non era adatto a lui.

Prestò servizio in varie Questure del Nord e fu poi mandato a Palermo. Lì,  alla Squadra Mobile, si trovò nell’ambiente ideale. Il commissario Beppe Montana lo scelse subito per la Squadra Catturandi. Fino a quel momento nessuno aveva cercato in città e nei dintorni i mafiosi latitanti, prestando fede alle dicerie che li immaginavano in paesi lontani. Montana era invece convinto che stavano tranquillamente a Palermo e che li si poteva scoprire e arrestare. La Catturandi aveva a disposizione solo automobili scassate, rattoppate, riconoscibili anche dai bambini, non aveva computer né armi sofisticate. Non erano possibili intercettazioni come avviene oggi, quindi i poliziotti dovevano avvalersi di soffiate di confidenti (che pagavano di tasca propria) e poi andare di persona, in vespa o in auto o facendosi prestare quella di un amico, nelle strade dove erano annidati i latitanti. Ne catturarono parecchi e scoprirono anche nascondigli di armi e raffinerie di droga.  Roberto amava questa vita avventurosa e si sentiva utile, realizzava i suoi obiettivi  ad ogni cattura, ad ogni scoperta di fortini o depositi illegali.

L’eroina arrivava dall’Asia, veniva raffinata in laboratori segreti e poi esportata soprattutto negli Stati Uniti.

La Catturandi era formata da uomini altamente motivati e capaci di sacrifici. Montana era chiamato Serpico perché si muoveva come il poliziotto dei telefilm. Il capo della sezione investigativa era il vicequestore Ninni Cassarà, grande amico di Montana e di Roberto. Vivevano praticamente insieme: di giorno studiavano le attività dei mafiosi, verificavano le segnalazioni ricevute da informatori e ispezionavano strade, case, zone intorno a Palermo. Di sera cenavano a casa di Cassarà o in pizzeria, ma neppure la notte era un riposo sicuro. La Catturandi piombava all’improvviso dove  aveva saputo che si poteva catturare un latitante, e l’ordine poteva arrivare a qualunque ora. Cristina, appena diventata maggiorenne, era corsa a vivere a Palermo con il suo Roberto. Quasi ogni giorno lui arrivava a casa con  un mazzo di fiori per scusarsi del ritardo. Una volta tornò tre giorni dopo, a causa di una spedizione notturna sulle montagne vicine. Non aveva potuto avvisarla e Cristina era impazzita di paura. Lui arrivò a casa con la testa fasciata alla meglio e i vestiti insanguinati perché nel buio aveva urtato contro un tondino di ferro.

In questura l’ambiente era teso. Capo della Squadra Mobile era Ignazio D’Antone,  di cui né Roberto né gli altri si fidavano. Non per nulla D’Antone è stato poi condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

“Anche i muri hanno orecchie”, diceva Roberto telefonando a Saveria da una cabina esterna alla Questura -“Non chiamarmi mai in ufficio”. A mamma lui raccontava molte cose, sia le spedizioni fallite a causa dell’intervento di D’Antone, sia i risultati ottenuti. Trasferito a Roma alla fine del 1984, era in ferie, al mare con Cristina, quando spararono a Beppe Montana, approdato a Porticello da un giro in barca, il 28 luglio 1985.

Disperato,  si precipitò a Palermo e piombò in una realtà tragica. Nei giorni successivi i poliziotti furibondi per la morte di Montana interrogarono brutalmente, anzi torturarono, un giovane calciatore, Salvatore Marino, di Porticello, che ne morì. Cassarà non c’entrava, non gli avevano assegnato le indagini sulla morte di Montana, non era neppure in Questura quella notte, ma venne fatta circolare la voce che la morte del giovane fosse colpa sua. Roberto si rese conto che Ninni era solo, senza nessun aiuto né protezione, del tutto isolato. Bastava ricordare le parole di Falcone per respirare l’aria di morte che aleggiava sul vicequestore: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.”

Ninni era esattamente in quella condizione.  Roberto fece domanda per rimanere a Palermo a fare da scorta volontaria a Cassarà. I suoi familiari lo supplicavano di tornare a Roma ma lui disse che se fosse capitato qualcosa a Ninni non se lo sarebbe mai perdonato. Non era neppure facile proteggerlo, perché Ninni, consapevole dei pericoli, non voleva essere scortato. “Siamo cadaveri che camminano” aveva detto un giorno a Paolo Borsellino e a Beppe Montana. Cassarà non si era mosso dalla Questura per diversi giorni, il 6 agosto improvvisamente telefonò alla moglie Laura che avrebbe fatto un salto a casa ed è probabile che dalla Questura una talpa abbia avvisato i mafiosi. Roberto dovette trovare una scusa per non farlo andare solo (“la accompagnamo a casa perché dopo andiamo a mangiare una pizza lì vicino”). Ma i mafiosi avevano già da giorni preparato l’agguato micidiale. Furono almeno duecento i colpi esplosi dai kalaschnikov appostati nel caseggiato di via Croce Rossa appena l’Alfetta bianca del vicequestore arrivò davanti al portone. Roberto uscì dall’auto e fu colpito alla testa, Cassarà riuscì a trascinarsi fino al portone e spirò tra le braccia della moglie Laura, precipitatasi giù per le scale.

I giornali scrissero: “Non era solo abnegazione, fedeltà, dovere. Ma amicizia, affetto.”“Darei la vita per difendere Montana e Cassarà” aveva detto a un amico Roberto Antiochia, a 23 anni. Il Ministero degli Interni gli ha conferito la medaglia d’oro al valor civile.

Roberto ha continuato a vivere nelle parole di Saveria, che da quel 6 agosto ha sublimato nell’impegno civile il suo dolore di madre. Non c’è stato momento, negli incontri con gli studenti di tutta Italia, nelle trasmissioni TV o nelle relazioni personali, in cui Saveria non abbia agito in nome di Roberto, dando voce ai suoi ideali e sentimenti.

Insieme ai figli Alessandro e Corrado, Saveria scrisse un comunicato stampa che è di incredibile attualità: “La vita e la morte di questi uomini testimonia che questo nostro paese, ferito dalle stragi, inquinato dalla corruzione, dalla malavita e dai troppi scandali che ci hanno addirittura nauseati, è anche un paese capace di produrre uomini che vivono totalmente e consapevolmente i valori più alti dell’umanità, del dovere e del coraggio. Valori che purtroppo per tanti oggi sono solo retorica sorpassata.”

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   








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