SONDRIO – SABATO 7 FEBBRAIO 2015 h 15:00. DAL MUTUALISMO ALL’ASSOCIAZIONISMO: STORIA REMOTA E RECENTE DELLA SOLIDARIETA’ TRA I CITTADINI ITALIANI ATTRAVERSO REALTA’ CONCRETE

7 febbraio, 2015  |  APPUNTAMENTI

Diritti umani e civili. Educazione alla cittadinanza e alla legalità.

Sondrio, 7 febbraio 2015

La Costituzione italiana all’art. 2 si presenta con un’affermazione di grande impegno ed altrettanta audacia:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…

Dico audacia perché la neonata Repubblica italiana non si limita a riconoscere, come dovuto, i diritti dell’uomo ma in faccia al mondo si impegna a garantire tali diritti inviolabili  in tutte le sue forme, sia riferiti al singolo individuo unico e irripetibile sia attribuiti all’essere sociale, che si rapporta ad altri esseri sociali per svolgere, cioè realizzare pienamente, la propria personalità. Non è un compito semplice quello che si assume la Repubblica Italiana, e senza dubbio questa proclamazione pone la carta costituzionale italiana a un livello alto nel quadro del costituzionalismo storico e universale, a fianco della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 francese. Con queste impegnative parole la Costituzione chiama in causa tutta la nazione: garantire i diritti inviolabili dell’uomo non è un compito solo della magistratura o delle forze dell’ordine e nemmeno solo della rappresentanza politica, ma di tutta la società, di un Paese che nel 1946 faceva i conti con la propria storia e cercava l’orientamento per il  proprio operare.

La stella polare per intraprendere il nuovo cammino viene subito individuata e si trova indicata nella seconda parte dello stesso art. 2: la Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Ma a chi è rivolta questa richiesta? A tutti gli uomini, a cui l’articolo in questione garantisce i diritti inviolabili? In un certo senso sì, visto il contesto e la congiunzione “e” che unisce le due parti dell’articolo, ma per altri versi non è pensabile che una Costituzione di un Paese detti dei doveri a chi appartiene a un’altra nazione. A me sembra allora che questa formulazione dell’articolo costituzionale porti ad altre conclusioni: solo se la legge che regola il rapporto tra gli uomini di tutti i popoli è la legge della solidarietà politica, economica e sociale ha senso ed è possibile proclamare e garantire i diritti dell’uomo; se invece la legge è quella della feroce contrapposizione,  dell’homo homini lupus i diritti umani non possono che essere conculcati ed ogni loro proclamazione è solo retorica.

L’art. 2 col suo respiro universale imposta tutta la riflessione da cui nasce la Costituzione e costituisce un primo fondamentale contributo all’educazione alla cittadinanza e alla legalità. Insegna infatti che i diritti e i doveri sono indissolubilmente interconnessi e che l’orizzonte in cui sono collocati diritti e doveri è costituito dal rispetto e dalla messa in atto dei diritti umani.

Non è strumentale, credo, inquadrare in questo articolo anche il significato dell’EXPO di Milano, la cui tematica è riassunta nell’espressione che ne fa da tema: “Nutrire il pianeta”. Uno dei principali, per non dire il primo, dei diritti umani è il diritto alla vita, al cibo, alla tutela della salute, all’istruzione. Tutte queste esigenze primarie stanno dentro l’idea di nutrizione. Ora, se non vogliamo che l’EXPO sia una passerella inutile e subito dimenticata è necessario che da questi sei mesi di incontri e di iniziative escano chiare decisioni su come nutrire tutti gli abitanti del pianeta, vorrei dire tutte le forme di vita del pianeta. Lo spreco tremendo di risorse e l’intollerabile ingiustizia della loro distribuzione diseguale, resa ancor più grave da una crisi che, ormai è chiaro, rende più ricchi persone e Stati già ricchi e più poveri, molto più poveri persone e stati già poveri, richiedono che non si perda questa occasione, sprecandola in momenti di stucchevole retorica.

Per non rimanere astratte petizioni di principio, nobili ma inefficaci, le affermazioni dell’art. 2 devono divenire leggi, che non possono in nessun caso infrangere o anche solo allontanarsi dai principi di libertà e di eguaglianza: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. (Art. 3, comma 1).   Il concetto di legalità delineato in questo comma è netto e dinamico: esso fa riferimento nella sua formulazione a una storia passata e in quel momento recente fatta di esclusione di genere, di discriminazione razziale, di prevaricazione delle minoranze linguistiche, di persecuzione delle minoranze religiose, di negazione del pluralismo politico e dei diritti ad esso connesso, di emarginazione di individui e di oppressione di classe e indica nel rifiuto di tutto ciò, cioè nell’eguaglianza dei cittadini in fatto di dignità sociale, il terreno su cui costruire un nuovo patto tra uomini liberi. Lo tenga presente anche chi ritiene che sia diritto di una maggioranza politica concedere o no la costruzione e l’apertura di luoghi di culto: i diritti dell’uomo e del cittadino non sono un optional da prendere o lasciare secondo le convenienze, ma il fondamento immodificabile della nostra vita associata.

Tutto ciò costituisce un altro pilastro dell’educazione alla cittadinanza: il riferimento alla storia non è un esercizio di erudizione e neanche di retorica nel segno dei ricordi, ma è l’inevitabile contesto per rendere positivo il rapporto con la legge del singolo e di tutta la società. Anche il presidente Mattarella nel discorso di insediamento tenuto davanti al Parlamento martedì scorso ha affermato che “garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità.”. “Senso forte”, io penso, significa un concetto della legalità non puramente conservativo, ma capace di misurarsi in termini propositivi con le vere dinamiche sociali presenti nel Paese.

La comprensione che le leggi possono e devono essere cambiate, possono e devono essere fatte in corrispondenza con le esigenze sociali del presente e che le scelte non possono essere compiute nel vuoto concettuale e di valori ma nel rispetto di una storia e di una prospettiva, è fondamentale per un’educazione alla legalità non astratta e timorosa del futuro, ma dinamica e soprattutto democratica.

E in questa direzione prosegue il dettato dell’art. 3, secondo comma: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo articolo è stato scritto settant’anni fa pensando alle gravi differenze sociali che caratterizzavano un’Italia appena uscita dalla guerra. Oggi questa situazione rimane: di che libertà può effettivamente disporre che a trent’anni si trova senza lavoro e senza prospettive di trovarlo? O chi a cinquant’anni l’ha perso o a settanta si trova con una pensione irrisoria? È compito della Repubblica creare per tutti costoro le condizioni per poter essere effettivamente liberi dal bisogno, dalla disperazione, dall’angoscia per il domani. Ma oggi questo comma acquista un significato che probabilmente non era immediatamente presente ai padri costituenti: il vero ostacolo che limita la libertà e uccide l’eguaglianza tra i cittadini è la corruzione che imperversa in ogni angolo del Paese e in ogni settore dell’economia e della società. “La corruzione – ha detto ancora il Presidente della Repubblica – ha raggiunto un livello inaccettabile. Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini. Impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato. Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci.”.

La presenza massiccia di fenomeni corruttivi, specialmente negli appalti pubblici con sempre più evidenti addentellati a fenomeni malavitosi e dichiarata volontà di sfruttare senza limiti né decenza drammatici eventi collettivi (dai terremoti agli sbarchi di disperati in cerca di una possibilità di vita), è la dimostrazione più evidente che l’abbassamento del livello dell’etica pubblica facilita e in molti casi addirittura richiede la penetrazione delle mafie in tutte le regioni italiane e soprattutto in tutte le attività economiche di sicuro reddito. Le più recenti vicende che riguardano ampi settori del tessuto produttivo lombardo lo provano: si pensi alla gestione del cantiere dell’Expo, per il quale Stampo Antimafioso ancora nel dicembre 2014 denunciava “l’intrusione(della ‘ndrangheta) nei cantieri attraverso forniture alle imprese subappaltatrici; l’esercizio di attività illegali come il traffico illecito di rifiuti, in ore notturne, data l’assenza di controlli; avanzati sistemi di camuffamento (vince una determinata impresa? La ‘ndrangheta la costringe a sostituire i dipendenti della stessa con propri uomini); l’esercizio di autorità di fatto da parte di un capo-cosca, che dà ordini a tutti sul cantiere; la creazione di situazioni di caos strumentale come ritardi, in modo da provocare una domanda di aiuto e facilitazioni, poi prontamente offerte dagli ‘ndranghetisti.”.

Potremmo parlare di molti altri fenomeni e comportamenti, che appartengono, almeno formalmente all’ambito della legalità, ma affondano sempre più sotto il controllo mafioso. Si veda ad esempio la dilagante diffusione del gioco d’azzardo, colpevolmente favorito da una legislazione cieca e complice, che produce anche l’ipocrisia dell’informazione che  il gioco è vietato ai minori e può produrre assuefazione! Il gioco d’azzardo, inoltre, favorisce il prestito a usura, il che consegna individui, famiglie, aziende nelle mani della ‘ndrangheta.

E poi vi è il racket che con l’imposizione del pizzo domina sfacciatamente in molte parti delle città, ma la reazione di chi è vittima è stata finora molto modesta in Lombardia perché molti hanno paura e molti altri continuano a ritenere che sia meglio pagare il pizzo ed evadere le tasse, mettere i cantieri in nero in mano ai caporali delle ‘ndrine piuttosto che osservare le regole relative alla sicurezza delle persone e dell’ambiente.. Particolarmente rilevante è la presenza mafiosa nei paesi medio-piccoli diffusi in tutta la nostra regione: “secondo quanto emerge dalle numerose indagini, dagli studi e dalle audizioni della commissione antimafia, – afferma Michele Di Salvo su Repubblica – le organizzazioni criminali hanno sviluppato un forte orientamento a privilegiare l’insediamento e la penetrazione al nord nei piccoli comuni. Questa tendenza è dovuta a svariati fattori. In primo luogo l’inesistenza o la debole presenza di presidi delle forze dell’ordine, e il basso interesse riservato alle vicende dei comuni minori dalla grande stampa e dalle stesse istituzioni politiche nazionali. Non secondaria la facilità di accesso alle amministrazioni locali grazie alla disponibilità di un piccolo numero di preferenze, specie in contesti in cui il ricorso alla preferenza sia poco diffuso tra gli elettori.”.

Ma chi ha aperto le porte alla ‘ndrangheta in Lombardia e in tutto il Centro – Nord? Molti di coloro che in queste regioni già operavano in importanti settori economici e produttivi. Il comportamento omertoso è molto più diffuso di quanto si voglia credere e si è radicato in ambienti che presi in sé sembrerebbero molto lontani dalla mentalità mafiosa, ma che agiscono in un’ottica di sopraffazione e di corruzione. Il sistema delle mafie al Nord è una grande agenzia di servizi, che offre soprattutto capitali piccoli e grandi agli imprenditori in difficoltà, magari acquistando quote societarie. Ma l’abbraccio dei boss è fatale. Prima o poi, tutta l’azienda finirà nelle mani dei padrini. Come scrive Nuccio Ciconte, che prima di molti altri e contro troppi silenzi e dinieghi ha denunciato la presenza mafiosa in valle padana, “bisogna prendere coscienza della portata del problema. Ognuno deve fare la propria parte. Se l’imprenditore fa l’imprenditore non serve l’antimafia. Sembra una banalità, ma non lo è.”.

 

La presenza operante delle mafie, specialmente della ‘ndrangheta, in Lombardia sta producendo anche una “cultura” mafiosa, che si diffonde in maniera subdola, spesso senza suscitare grandi allarmi ed efficaci contrasti anche perché non modifica i modelli di vita, ma li corrode dall’interno. La mentalità mafiosa è l’alterazione patologica dei valori fondamentali di cui abbiamo parlato: la libertà diventa il ritenersi liberi dalle regole dei corretti rapporti sociali, il sottrarsi alla legge dello Stato; l’uguaglianza si ribalta nell’imposizione della diseguaglianza, la negazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; la solidarietà si trasforma in omertà e complicità.

Il luogo privilegiato di un contrasto sul piano culturale al radicamento delle mafie nella nostra società e quindi dell’educazione alla cittadinanza e alla legalità è naturalmente la scuola. Per lunga esperienza so che per insegnare qualsiasi disciplina in qualsiasi ordine di scuola è essenziale proporre e far comprendere i fondamenti teorici e soprattutto fare e far fare esercizio. La pedagogia della democrazia non segue un metodo diverso: per insegnare democrazia e legalità bisogna fare costantemente esercizio di democrazia e di legalità.

Una scuola che voglia formare alla cittadinanza attiva deve avere come punto di riferimento i valori della Costituzione ma non solo come affermazioni di principio. Infatti se la democrazia e la legalità non vengono messe in pratica non vivono e non possono essere trasmesse; se il rispetto delle persone, di tutte le persone, di qualsiasi provenienza, lingua e tradizione, non diventa il valore fondante del rapporto tra i diversi soggetti della scuola l’educazione civica si rivela solo un arido elenco di norme; se le regole non vengono rispettate in primo luogo da chi ha il dovere di farle rispettare, le regole stesse diventano uno strumento di prevaricazione.

Non basta, quindi,  insegnare gli articoli della Carta Costituzionale e le normative vigenti nei diversi ambiti dell’agire sociale. L’insegnamento della Costituzione implica  da parte di tutti e in ogni ambito della scuola l’attuazione dei principi costitutivi della cittadinanza: il rispetto della persona, di ogni persona, da parte di ciascuno, il principio della solidarietà, che si traduce in effettivo diritto allo studio, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, l’ispirazione antifascista della Costituzione, che significa libertà di parola, sviluppo del pensiero critico, rifiuto della prevaricazione e dell’autoritarismo.

Così la Costituzione, com’era nelle aspirazioni dei Costituenti, diventa fondamento della prassi didattica: il valore della libertà lo si attua insegnando a indagare con coraggio, a non recepire nulla come dato statico o scontato, come risposta predefinita e acritica, ma capire che è essenziale imparare a porre domande a sé, agli altri, a ciò che si studia. Lo si insegna anche facendo comprendere che la libertà di parola e di pensiero procede di pari passo con l’assunzione della responsabilità di ciò che si pensa e si dice.

L’eguaglianza, oltre che nel rispetto delle regole da parte di tutti, insegnanti e studenti uguali davanti alla legge e alle norme, sta anche nella scelta trasparente e motivata di strumenti adatti per favorire il successo di ciascuno e attuare un concreto diritto allo studio.

La solidarietà trova realizzazione in primo luogo nella collaborazione tra insegnanti e studenti nel rispetto reciproco: ciò significa che l’errore e le difficoltà non sono elementi che producono un giudizio sulla persona, ma sono il punto di partenza per mettere in atto attività che migliorino la preparazione.  Inoltre non si può lasciar correre la mancanza di rispetto tra pari. Lo spettacolo più triste è quello di un adulto, di un educatore che fa finta di non vedere un’ingiustizia o a un sopruso, specialmente se è usuale e continuato. A volte i soprusi sono netti ed evidenti, altre volte meno palesi, ma ugualmente invasivi: il gruppetto o la persona che forte della sua superiorità economica o della posizione sociale impone ad altri determinati comportamenti è prevaricatore allo stesso modo di chi li impone con la forza bruta, i cosiddetti bulli. Se non si mette in campo una solidarietà chiara e riconoscibile si favorisce un rapporto fondato non sul diritto, ma sulla sottomissione e sui favori, che è tendenzialmente un comportamento di tipo mafioso e che inficia alle radici tutto l’impegno educativo.

Vincenzo Viola

Presidente Associazione S.A.O

Saveria Antiochia Osservatorio antimafia

 

 

 








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