Combattere la camorra con la scuola

9 dicembre, 2013  |  RECENSIONI

di Vincenzo Viola

 

«La mafia - diceva Caponnetto – teme più la scuola che la giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa».

Carla Melazzini, insegnante per tutta una vita troppo presto conclusa, ha messo in pratica tutto ciò. Nonostante il titolo del libro che racconta la sua opera, essa non ha mai avuto tra i suoi scolari principi e tanto meno danesi. Ha fatto scuola per le vie di Napoli ai più emarginati, a quei ragazzi che, indicati col termine tendenzialmente asettico di drop-out, sono finiti fuori da ogni circuito scolastico e dentro o molto vicino al giro della camorra. Tra costoro Carla ha incontrato il principe di Danimarca: non si chiamava Amleto, ma Mimmo ed “è sicuro che il suo dovere sarebbe di uccidere l’uomo per il quale sua madre ha abbandonato da un giorno all’altro i cinque figli.” Schiacciato da questa angoscia, Mimmo non ha alcun interesse per la scuola perchè ogni suo pensiero è occupato da una disperazione troppo grande e la scuola non ha avuto alcun interesse per lui perchè in ogni suo comportamento è andato contro le regole minime di una comunità scolastica. Ma nel Progetto Chance Mimmo e tanti altri ragazzi e ragazze, ognuno col proprio Amleto dentro di sé, hanno faticosamente trovato la voglia e la possibilità di avere “fiducia nelle proprie capacità di conoscere, [...] di superare la soglia di quel limbo oltre il quale si può intravvedere la possibilità di una scelta”.

Le vicende di questi ragazzi aprono la narrazione di undici anni di straordinario impegno di un gruppo di insegnanti  autori e protagonisti della “pedagogia itinerante” nei quartieri di Napoli, dominati militarmente e soprattutto culturalmente dalla camorra. Al loro fianco un po’ di “mamme sociali”, qualche collaboratore e soprattutto la disperata fiducia dei ragazzi (straordinarie le pagine sui giorni degli esami) per questa ultima “chance” che è stata loro proposta per uscire dall’abbrutimento quotidiano fatto di televisione e di illegalità.

Contro questo modello di scuola si sono schierate non solo la criminalità organizzata, ma anche in maniera paradossale, l’istituzione scolastica, resa sospettosa dal nucleo fondamentale del metodo messo in atto da questi insegnanti, cioè la pedagogia dell’ascolto, che sconvolge le consuetudini e i luoghi comuni della scuola: “L’insegnamento linguistico è prima di tutto dialogo, e nel dialogo viene prima di tutto l’ascolto: sennò è vero quello che dicono i ragazzi, che usiamo le parole per avere sempre ragione noi. Solo se impara ad ascoltare l’insegnante può avere la pretesa di essere ascoltato”.

Carla Melazzini ha scritto pagine straordinarie sull’importanza dell’ascolto nella didattica: “la conquista della parola”, non è un cammino semplice e naturale, ma “un percorso da fare insieme, un’esperienza di passaggio attraverso i diversi ambiti di significanza, partendo dalla sfera dell’identità personale, del corpo, delle emozioni e avventurandosi gradualmente nella sfera più grande, quella del mondo esterno… Un’esperienza che può spaventare se non ci si sente accompagnati.”. Si potrebbe pensare che queste parole riflettano pienamente solo la realtà difficile della aree periferiche ed emarginate; in realtà non è così: sono pagine che riguardano tutti (“le periferie dell’animo degli adolescenti” non riguardano tutti?), che dovrebbero divenire il patrimonio di tutta la scuola italiana per uscire dalla frustrante frequentazione dei luoghi comuni.

Si dice spesso che nelle aule vi è un contatto ben povero tra le generazioni: con chiarezza, profondità e concretezza Carla Melazzini ci pone di fronte a un totale capovolgimento dell’idea di scuola e soprattutto della prassi dell’insegnamento da sempre incentrata sull’imposizione della parola dell’insegnante : “La parola non è un diritto acquisito, ma si deve conquistare insieme, alunno e docente. Per l’alunno è un processo quasi primario, nel quale la parola viene fatta emergere dal silenzio, dal chiasso… Per il docente è una riconquista del senso delle parole, perchè il ragazzo non è disposto ad accettare parole che siano prive di significato per lui.” Questa è la più alta lezione civile, fedele alla Costituzione e antitetica al potere mafioso, che la scuola possa dare non a parole, ma coi fatti.

Questo è il concetto su cui va rifondata tutta la scuola perchè Il male profondo che la corrode è la mancanza di una relazione pedagogica: se i mondi degli adulti e dei ragazzi rimangono separati, se non vi è correlazione e restituzione reciproca tra studenti e insegnanti, allora tutto perde di senso perchè ogni attività formativa rischia di essere soffocata dal chiasso che la circonda e dall’afasia che la immobilizza.

Perchè la scuola per essere una palestra di formazione civile, è una relazione, anzi deve essere una buona relazione. Ma, scrive Carla Melazzini, “qualunque relazione insegnante-alunno in cui l’insegnante non sia disposto ad accettare che lui impara dall’alunno quanto e forse più di quanto l’alunno non impari da lui, non è una buona relazione.” E quindi non è scuola.

 

Carla Melazzini: Insegnare al principe di Danimarca – Sellerio editore Palermo, 2011 – pag. 258 – € 14








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