Ora la mafia arruola i ragazzini

15 maggio, 2013  |  PRIMO PIANO

di Lirio Abbate.
Da Gela a Napoli, nel nostro Sud i baby killer sono l’ultima leva criminale dei clan. La manovalanza per rapine, estorsioni, spaccio di droga. E sono pronti a tutto, anche a uccidere.

Viaggio nel mondo dei minorenni a mano armata Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone».Nel 1878 Giovanni Verga cominciava così il suo racconto sui “carusi”, mandati a morire nelle miniere siciliane.

Oggi nella stessa zona dell’isola altri “carusi” vengono mandati al massacro dalle organizzazioni criminali: le microspie li hanno registrati mentre provano Beretta e Kalashnikov, commentando con competenza le caratteristiche delle loro armi.

Sono l’ultima leva delle cosche: minorenni arruolati sempre più spesso dai padrini di Gela, del Nisseno, di Secondigliano e del Gargano. Finora i clan li avevano relegati a compiti secondari: postini della droga e vedette dei covi. Negli ultimi anni invece stanno diventando bambini soldato: hanno la pistola, rapinano, incassano il pizzo, difendono il territorio. E sono pronti a uccidere.Un filmato agghiacciante, ripreso tre mesi fa dalle telecamere nascoste a Scampia, mostra i guardiani degli “Scissionisti” mentre impugnano revolver troppo grandi per le loro mani acerbe. In Puglia ci sono squadroni di sicari disposti a tutto: «Sono kamikaze! Ragazzini che… che non ci pensano», si vantava uno dei capi dei Telegrafo, storica famiglia barese. Il boss voleva gettarli allo sbaraglio per sparare contro la pattuglia di carabinieri che aveva scoperto il nascondiglio dell’arsenale del clan. Nel Gargano si insegna ai sedicenni a fare fuoco «sugli sbirri». A Napoli invece ci sono batterie di guaglioni che spianano le armi per prendere Rolex, portafogli e iPhone: alcuni sono stati accusati per l’omicidio di un vigilante, a cui hanno tolto il revolver. Non si tratta di cani sciolti: portano rispetto a chi comanda e sono “a disposizione” della camorra. Quelli che osano alzare la testa finiscono male: Ciro Fontanarossa, 17 anni, è stato assassinato con sette pallottole nel centro di Napoli, un ragazzo ucciso come un boss. E il problema continua a crescere in ogni regione, senza che la giustizia minorile abbia organici e risorse per la repressione dei reati, mentre la questione richiederebbe una mobilitazione di tutte le istituzioni. Nei primi tre mesi di quest’anno 1.094 under diciotto sono stati fermati o arrestati, finendo nei centri di prima accoglienza, nelle comunità o nei penitenziari minorili: oltre il 60 per cento è di nazionalità italiana. Sono accusati soprattutto di furti, rapine, estorsioni e spaccio. Ma anche di omicidio volontario.
BAMBINI PERDUTI.Nella fascia di Sicilia che va da Caltanissetta a Gela la mafia arruola minorenni da almeno due decenni. E’ l’onda lunga di quella guerra che fece nascere un’organizzazione rivale di Cosa nostra, la Stidda, ispirata ai modelli delle gang sudamericane. Lì la cultura dell’omertà, del sopruso e del rifiuto dello Stato è più profonda: è facile per i bambini crescere secondo i codici mafiosi. E fare troppo in fretta il salto di qualità, stringendo un’arma in pugno. Sono la manovalanza perfetta, che non attira l’attenzione delle polizie ed è disposta a tutto pur di conquistare la stima dei “capisquadra”.Se vengono catturati, i minorenni se la cavano con la comunità o pene di gran lunga inferiori a quelle degli adulti. Roberto Scarpinato, che fino allo scorso mese è stato procuratore generale a Caltanissetta, ha lanciato l’allarme durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario: «Mentre a causa della mancanza di risorse centinaia di giovani vengono abbandonati a se stessi, la criminalità organizzata allarga le braccia, arruolando un numero sempre crescente di minorenni incaricati di eseguire atti di intimidazione, estorsioni, omicidi, spaccio di droga ed altri reati che presentano per i maggiorenni un elevato rischio penale».E’ lo stesso Scarpinato a ricostruire le tappe dell’educazione criminale: «Gli uomini delle cosche selezionano i minori più violenti e capaci, e li pongono sotto la protezione di un padrino, incaricato del loro apprendistato. L’iniziazione viene in genere avviata con l’incarico di eseguire incendi e altre intimidazioni. Prosegue con il coinvolgimento nelle estorsioni. In questi casi il maggiorenne si reca dai soggetti da ricattare accompagnato dai minori, in modo da fare comprendere alla vittima che saranno questi ultimi a riscuotere le rate del pizzo». L’ultimo passaggio sono le esecuzioni, con l’addestramento a sparare per uccidere: «Il distretto di Caltanissetta detiene il triste record di minorenni incriminati per reati di mafia, tra i quali anche decine di omicidi».
 Foto di Salvatore Esposito – 24 aprile 2013







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