A quattordici smetto

3 ottobre, 2011  |  RECENSIONI

LIVIA POMODORO
A quattordici smetto
Melampo
Milano 2005

 

“A quattordici smetto” è un titolo intrigante. Smetto che cosa? Lo si scopre subito, nel primo racconto, quando Dorin, un adolescente romeno intelligente e determinato a farsi strada con ogni mezzo, spiega a un amico che smetterà di fare commercio del suo corpo quando compirà appunto 14 anni. Lui conosce bene le norme relative ai ‘minorenni non imputabili’. Eppure con la sua sfacciataggine e la sua protervia Dorin non risulta antipatico. Livia Pomodoro, presidente del Tribunale per i Minori di Milano, si è accostata a lui come agli altri adolescenti protagonisti del libro “con l’animo e le intenzioni di chi ama l’umanità”, e ha raccontato le loro vicende con linguaggio nitido e suggestivo, chiaro e pudico insieme. Non nasconde i problemi e le difficoltà, le preoccupazioni e gli errori di magistrati, psicologi, assistenti sociali che cercano di ridare dignità a questi adolescenti sfortunati, a volte senza riuscirci. Di pagina in pagina si snodano storie a volte già lette nella cronaca, con la differenza che nel libro le vicende sono descritte attraverso i pensieri, le paure, i sogni e le delusioni dei giovani protagonisti. Le espressioni ‘riduzione del danno’, ‘minori non accompagnati’ ‘minorenni non imputabili’, diventano così dolore, lacrime, senso di impotenza.

Lo sfondo è nero e crudele: sono vicende umane cominciate lontano da qui, nell’Europa dell’Est, in Africa, Sudamerica, India, Cina, ognuna frutto della guerra e della miseria. Sfruttamento, spaccio, prostituzione minorile sono il denominatore comune. Sono ragazzi arrivati a Milano per forza o volontariamente, tutti con la speranza di cambiare la propria vita con l’aiuto di questa grande città. Hanno finito invece per viverci come ‘ombre clandestine senza famiglia e senza futuro’. Nel libro c’è una Milano a noi ignota, con le piazze dello spaccio e della prostituzione minorile, ma anche la Milano della Stazione centrale, che per un adolescente cinese in fuga dai suoi sfruttatori diventa l’unica possibile fonte di salvezza.

‘Adozione internazionale”, “affido” e ‘restituzione’ sono invece i perni delle storie di Dinesh, Boris, Holga e Marja. Pagine tutte da meditare, che riguardano noi adulti benestanti e di buona volontà. Sono descritte con implacabile attenzione le speranze delle coppie desiderose di diventare una vera famiglia adottando un bambino, e gli errori che hanno portato al fallimento. Lo sguardo dell’autrice sta chiaramente dalla parte del bambino, e ci si deve augurare che chi vuole impegnarsi in una adozione legga attentamente queste pagine prima di iniziare l’avventura, soprattutto se si tratta di un’adozione internazionale che comporta il misurarsi con radici culturali e esperienze umane a noi ignote. I bambini non sono pacchi che si possono ritornare al mittente quando ci si rende conto che non corrispondono alle aspettative sognate.

Nota: nel libro ci sono soltanto vicende di ragazzi extracomunitari. Sarebbe interessante che venissero portate a conoscenza del grande pubblico anche storie di ragazzi italiani ‘trattati’ dal Tribunale per i Minori per reati simili a (o differenti da) quelli commessi dai giovani extracomunitari. Anche gli italiani spacciano, si prostituiscono, rubano. Le loro vicende sono forse meno romanzesche, ma utili per conoscere modelli di vita, tattiche e strategie adolescenziali e capire in quale società viviamo. Una società che vorremmo cambiare. (j.g.)

 








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